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I grandi fondi finanziari – che gestiscono un patrimonio che supera abbondantemente il Pil di intere nazioni e concentrano in poche mani la ricchezza mondiale (117 gestori che controllano cinquantamila miliardi di dollari) – sono diventati i veri padroni del mondo? E perché grandi finanzieri e uomini d’affari, come Elon Musk, ci tengono così tanto a entrare nelle stanze dei bottoni e si spendono apertamente (anche in senso letterale) per sostenere Trump negli Stati Uniti e l’estrema destra inglese e tedesca in Europa? La democrazia è a rischio perché a decidere non sono più i parlamenti?
Sono state le domande alla base di un recente incontro organizzato a Roma dal Circolo culturale Monte Sacro a proposito del libro di Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea dell’Università di Pisa, I padroni del mondo: come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024). A dialogare con Volpi, il giornalista e sociologo Marco D’Eramo, che si occupa da anni di questi temi. Il suo lavoro più recente è Dominio, la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli, 2023), il racconto della costruzione della nuova egemonia della destra. Una discussione complessa, perché non è così facile semplificare l’analisi: è la finanza che controlla i governi, o viceversa sono i governi che sfruttano le loro immense risorse per comandare, come facevano papi e imperatori già al tempo dei banchieri Fugger?
Partiamo da una notizia dell’ultim’ora. Apple, considerata da sempre una società dell’area dem americana, ha annunciato un investimento da oltre cinquecento miliardi di dollari negli Stati Uniti. Investimenti che vedranno la luce nel corso dei prossimi quattro anni, creando ventimila nuovi posti di lavoro. Apple ha deciso così di correggere il tiro. Questi soldi erano destinati a un mega-investimento in Messico. Poi, con la vittoria di Trump, la sterzata a favore della politica del tycoon che spinge per il rimpatrio delle produzioni industriali sul suolo nazionale.
La notizia è interessante perché, da una parte, vediamo un colosso come Apple salire sul carro del vincitore (o comunque dare retta alle sue politiche), e, dall’altra, abbiamo un’ulteriore conferma che quella che era stata definita la “finanza democratica” dei fondi (contro la finanza più speculativa degli Hedge Funds e dei bitcoin) si accoda volentieri alla destra vincente, mettendo a disposizione le sue risorse. I principali investitori istituzionali di Apple sono infatti le big three della finanza mondiale: Vanguard Group, BlackRock Inc. e State Street Corporation. Un’altra notizia, circolata alla vigilia delle elezioni tedesche, riguarda l’appoggio politico e finanziario (attraverso un complesso giro di donazioni per evitare la legge sul finanziamento dei partiti) di Musk all’estrema destra tedesca di Alice Weidel. A gennaio, era stato il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, a lanciare l’allarme sul rischio che sta correndo la democrazia in Occidente. Come stanno dunque realmente le cose?
Secondo Alessandro Volpi non ci sono dubbi. I fondi finanziari, in particolare le big three americane (BlackRock, Vanguard e State Street), sono diventati più forti degli Stati nazionali, e sono ormai decisivi nella tenuta delle monete e del debito pubblico. I grandi della finanza, attraverso un metodo rivoluzionario nel campo della gestione del risparmio dei cittadini, hanno assunto un peso determinante, che condiziona inevitabilmente anche le scelte politiche. Le big della finanza americana hanno sfruttato abilmente la crisi finanziaria che, dopo la crisi del 2008, ha messo in ginocchio colossi bancari mondiali. BlackRock, in particolare, ha introdotto un metodo nuovo nella raccolta del risparmio, l’investimento “passivo”, che replica gli indici di Borsa attraverso l’uso di un particolare sistema di algoritmi (metodo Alladin). Questo, secondo Volpi, ha permesso una raccolta di soldi dei risparmiatori mai vista nella storia, perché i costi a carico dei cittadini-investitori sono ridotti rispetto a quelli richiesti dalle banche o da altri gestori finanziari. La grande quantità di soldi da investire è stata utilizzata per penetrare nelle economie nazionali, acquisendo quote azionarie delle principali società quotate in Borsa, e acquistando pacchetti consistenti di debito pubblico. In Italia, ancora secondo lo studio di Volpi, i “cavalli di Troia” di questa penetrazione sono state le privatizzazioni. Così oggi le big three americane sono presenti in tutti i campi dell’economia e di quello che una volta era lo Stato sociale. Dalla sanità alle banche, dalla società di gestione delle reti di comunicazione alle partecipate, alle multiutiliy. Basta dare uno sguardo al sito della Consob, la Commissione nazionale per le imprese e la Borsa, per verificare la presenza dei grandi fondi finanziari americani nelle principali aziende italiane – in Eni, Enel, Leonardo e nelle banche. Lo schema che vale per gli Stati Uniti, quello di una presenza capillare dei fondi nei pacchetti azionari delle principali società quotate, si replica anche qui da noi. Questo si traduce anche in potere politico?
Marco D’Eramo mette in guardia dalle eccessive semplificazioni. È vero che questi fondi hanno assunto una rilevanza finanziaria mondiale mai vista prima. Ma i loro gestori non hanno mire di controllo sulle società su cui hanno investito, e non è un caso che la partecipazione azionaria è minima, oscillando su percentuali quasi sempre al di sotto del 10%. I grandi fondi, e in particolare le tre big di cui parla Volpi, sono anche strutturalmente molto diverse rispetto alla finanza speculativa vera e propria, quella appunto degli Hedge Funds e, oggi, dei bitcoin. I fondi speculativi, secondo D’Eramo – autore di un saggio sull’America di Trump pubblicato su “Limes” – non investono sui tempi lunghi, come fanno BlackRock, Vanguard e State Street; investono piuttosto su un’impresa per guadagnare sui rialzi di Borsa, e poi magari impongono ristrutturazioni selvagge (come nel caso di Kkr), che spolpano le aziende, determinando licenziamenti a catena, e così guadagnano ulteriormente dal crollo delle azioni. Insomma, speculazione pura. Ma allora che senso possiamo dare agli incontri recenti del governo italiano con i capi di BlackRock (vedi qui)? Succede per la Sace e sta succedendo di nuovo nel grande risiko bancario, in vista di nuove possibili privatizzazioni in Italia: ferrovie e poste?
Anche se il giudizio di Alessandro Volpi e di Marco D’Eramo si diversifica sull’analisi del ruolo effettivo delle tre big finanziarie, nello scacchiere politico americano e mondiale, le opinioni convergono su questioni centrali come quella della gestione (e dell’uso) dell’abnorme debito pubblico statunitense e sulla mancanza assoluta di trasparenza nelle scelte strategiche. Dietro il teatrino quotidiano della politica e dei social, ci sono le scelte vere, quelle che i parlamenti vengono a sapere a giochi fatti. Per Volpi questa funzione di ridimensionamento degli spazi democratici viene affidata ai fondi finanziari; per D’Eramo, almeno per quanto riguarda la vittoria della destra trumpiana, i soggetti determinanti sono state invece le fondazioni che hanno finanziato, negli ultimi anni, la costruzione di una nuova cultura di destra antidemocratica e tendenzialmente razzista, che ha fatto dell’attacco alla cultura democratica e progressista il cuore della battaglia per il ritorno all’America dei valori (nel libro Dominio si raccontano i particolari di questi passaggi epocali, dal ritorno dell’autoritarismo nella scuola all’elogio delle armi).
Abbiamo, dunque, un’emergenza informazione, collegata con un’emergenza democratica. Come userà Trump l’arma del rientro dell’enorme debito a stelle e strisce (36mila miliardi di dollari, pari al 121% del Pil). Ed è vero che il re Trump sta cercando di spaventare l’Europa al fine di drenare risorse verso i titoli di Stato americani, come ha sostenuto per esempio Federico Fubini sul “Corriere dellasera”? Si tratterà di seguire gli sviluppi politici legati alle trattative sulla pace in Ucraina e sulla formazione del governo tedesco. Ma intanto, a proposito di informazione, abbiamo chiara una fotografia: quella dell’esodo di enormi risorse finanziarie europee e italiane verso gli Stati Uniti.
Rimanendo al nostro Paese, prendiamo i dati della Covip, la Commissione di vigilanza, secondo cui la gran parte degli investimenti dei fondi pensione dei lavoratori italiani emigrano verso la Borsa americana e i titoli di Stato statunitensi. Se venisse confermata questa tendenza, entrerebbe in crisi uno dei cardini delle riforme della previdenza complementare italiana, che prevedeva di utilizzare i soldi raccolti dal Tfr dei lavoratori per finanziare l’economia nazionale. Oggi siamo invece in una situazione paradossale. Da una parte, l’Italia e l’Europa intera si preparano a subire l’impatto dei dazi di Trump; dall’altra, i soldi risparmiati dai lavoratori per la pensione vanno a finanziare l’industria americana (in crisi profonda). Un paradosso: il lavoratore europeo, attraverso il suo fondo pensione, finanzia le azioni Tesla di Musk?
L’altra grande questione riguarda la guerra economica che si svolge sullo sfondo, quella che si combatte tra gli Stati Uniti e la Cina. Terreno di scontro privilegiato sarà quello dell’intelligenza artificiale. È un altro capitolo in cui, ancora una volta, i fondi finanziari saranno e già sono protagonisti. E anche da questo punto di vista, secondo l’autore dei Padroni del mondo, è fondamentale studiare questi processi, perché siamo in presenza non solo di un fortissimo ridimensionamento della democrazia in Europa, ma anche della formazione di una nuova grande bolla finanziaria oltreoceano (visto che tutti i valori azionari sono gonfiati). Una bolla che, per ora, viene controllata – ma anche utilizzata come minaccia, come si faceva una volta (una volta?) con la bomba atomica.