
Il futuro dei prossimi mesi potrebbe essere racchiuso in quell’immagine dell’operaio di Detroit che ha parlato dal piccolo palco allestito davanti alla Casa Bianca, nel giorno del Liberation day. Il pensionato esibito da Trump – baffi bianchi a ferro di cavallo, tra lo stile di Hulk Hogan, lottatore di wrestler e Dennis Hopper nel film Easy Rider del 1969, classico della ricerca del mito americano in motocicletta – ha spiegato che la classe operaia sta con il tycoon perché è l’unico presidente che vuole riportare il lavoro negli Stati Uniti. Molto meglio di quello che aveva cercato di fare Reagan. Il nuovo sogno popolare americano racchiuso in quelle poche parole. Ma è un sogno che potrebbe tradursi presto in un incubo. Anche per coloro che hanno votato Trump. Anche per una classe operaia che pare avere voltato le spalle al sindacato e ai democratici, e che non ci pensa minimamente a essere internazionalista e solidale con le altre classi operaie del mondo. Tanto meno con quelle asiatiche, che anzi sono il nemico numero uno.
Molti economisti sono invece meno romantici dell’operaio di Trump, e prevedono tempi bui proprio per le fasce più deboli della popolazione statunitense. Secondo uno studio realizzato in questi giorni dalla Tax Foundation sugli effetti dei dazi, è emerso un dato preciso: il costo delle nuove tariffe commerciali sarà pagato prima di tutto dalle famiglie, con un costo di più di duemila dollari l’anno (2100 per la precisione). La cifra è stata ricavata dalle stime sul calo delle importazioni a stelle e strisce. I consumatori saranno infatti posti di fronte a una scelta netta: o non acquistare più certi prodotti, che erano finora accessibili per i bassi prezzi (soprattutto cinesi), oppure acquistarli sul mercato nazionale che vedrà un’inevitabile impennata dei prezzi. E anche le mirabolanti profezie sull’aumento dei posti di lavoro locali sembrano costruite sulla sabbia, anche se ci sono imprenditori europei che ci stanno facendo un pensierino: oltrepassare l’oceano per evitare la scure dei dazi sull’Europa. Ma per ora si tratta solo di dichiarazioni d’intenti. Di sentiments, non di scelte industriali.
Il presidente ovviamente smentisce tutte le previsioni pessimistiche e invita a non dare retta ai gufi. “Il Paese e l’economia avranno un boom”, siamo all’inizio della nuova età dell’oro. “Abbiamo 6.000-7.000 miliardi che arriveranno nel nostro Paese”, ha detto ancora Trump riferendosi ai dazi. “Il mercato avrà un boom, il Paese e l’economia avranno un boom. E il resto del mondo vuole vedere se c’è modo per fare un accordo dopo essersi approfittato di noi per molti, molti anni. Quello di cui la gente deve parlare sono i miliardi di investimento che stanno arrivando nel Paese”.
Ma le sciocchezze di Trump si stanno traducendo in scelte economiche e commerciali che danneggeranno prima di tutto il Paese che aveva inventato la globalizzazione moderna per far guadagnare le multinazionali predatorie che, dopo aver battuto le praterie americane, si erano dedicate ai vasti territori dell’Est del mondo. Una scelta, per esempio è quella di Walmart, la catena di vendita al dettaglio più grande al mondo o di Mattel, una delle più famose aziende di giocattoli al mondo. Sia l’una sia l’altra hanno annunciato un aumento dei prezzi, seguite subito da Best Buy, multinazionale di vendita al dettaglio di elettronica. Gli economisti interpretano questi annunci come segnali di un vero e proprio terremoto commerciale interno. La politica dei dazi di Trump, che il tycoon vede “come un elisir economico in grado di riportare le fabbriche nel cuore dell’America, di raccogliere fondi per il governo e di fare pressione sui Paesi stranieri affinché facciano ciò che lui vuole”, secondo molti economisti, minaccia la crescita, e farà salire i prezzi negli Stati Uniti, andando proprio contro quanto il presidente dice di voler fare, ovvero eliminare l’inflazione. Un gruppo di esperti di Axios prevede che entro il prossimo anno il reddito medio degli americani si ridurrà dell’1%, al netto delle tasse.
Ma allora Trump è davvero pazzo? Probabilmente sì, ma si tratta di una lucida follia. Lo spiega Martino Mazzonis sul sito di “Sbilanciamoci”, che fa campagna per una economia alternativa. “Dietro all’imposizione delle tariffe c’è – secondo Mazzonis – la volontà di imporre ai partner commerciali e agli amici un dialogo sull’indebolimento del dollaro e garanzie sul finanziamento del debito Usa”. Accanto a un accesso ai mercati e protezione militare come merce di scambio per aiutare le casse federali statunitensi a dipendere meno dal finanziamento del debito da parte della Cina. “Si tratta – è la conclusione di Mazzonis – di una strategia che ha diverse falle, non ultima quella per cui quando un Paese impone tariffe, la sua moneta in genere si rivaluta. Un dollaro più forte implicherebbe maggiori costi di produzione per le potenziali nuove fabbriche da costruire negli Usa. Un dollaro più debole, invece, farebbe pensare a tassi di interesse che si alzano per premiare chi investisse in bond Usa”.
Un altro squarcio sulla realtà delle cose ci viene dalla prestigiosa rivista “Foreign Affairs” che pubblica un articolo su un aspetto centrale della nuova guerra commerciale mondiale: lo scontro tra le big tech americane e l’Europa. La ritorsione del vecchio continente potrebbe infatti concentrarsi proprio sui prodotti ad alta tecnologia e sugli affari europei dei colossi della Silicon Valley che potrebbe subire le conseguenze più pesanti. “Se ciò accadesse (la loro penalizzazione dai dazi, ndr) – scrivono Henry Farrel e Abraham Newman nel numero di aprile – le big tech non avrebbero nessuno da incolpare se non se stesse. La risposta ai cambiamenti geopolitici è stata quella di costruire una relazione più stretta con il governo degli Stati Uniti, prevedendo di poter continuare a prosperare in un mondo di rivalità tra Stati Uniti e Cina. I leader della tecnologia hanno abbracciato volentieri Trump dopo la sua rielezione, quando avrebbero potuto mantenere le distanze. Le aziende big tech potrebbero essere sul punto di scoprire che non solo non avranno mai accesso al mercato cinese, ma che sono diventate persone non grate anche nei mercati europei”.
In gioco ci sono quindi interessi giganteschi che vanno molto oltre il folklore di questi giorni sul nuovo imperialismo a stelle e strisce. Buona parte della nuova guerra mondiale del commercio si concentra nei settori più avanzati. Ne ha già parlato Michele Mezza su “terzogiornale” (vedi qui) a proposito della notizia del fisco italiano che ha chiesto più di un miliardo di euro come arretrati solo per gli esercizi 2016-17 a Facebook, per la gran parte della cifra, a Linkedin e a X. “Sembra il solito contenzioso sulle tasse non pagate, che si perderà in un interminabile braccio di ferro giudiziario – spiega Mezza – e invece questa volta, a far tremare i giganti, sono le motivazioni della richiesta. Nel mirino dell’amministrazione del nostro Paese sono i dati, quella materia che una retorica già logora definisce il petrolio della nuova era. E come tale gli esperti dell’Agenzia delle entrate (che, ricordiamolo, da qualche mese si avvale per i suoi accertamenti di risorse di intelligenza artificiale) hanno deciso di trattarli. Infatti – al netto di ogni disquisizione teorica sui dati delle piattaforme digitali, da intendere o meno come ‘bene comune’ – il fisco italiano si limita a considerarli per quello che gli stessi dirigenti delle grandi compagnie digitali sbandierano, cioè la fonte dei propri ricavi, tanto che i dati sulle iscrizioni alle diverse piattaforme vengono messi a bilancio, ed entrano nel patrimonio aziendale. Allora – sostiene il fisco italiano – bisogna pagare l’Iva su un tale asset economico”.
Ed è proprio l’Iva, per Trump e per i colossi della tecnologia, il dazio più odioso che bisogna abbattere. Ma c’è infine un’altra notizia da prendere in seria considerazione. Ne parla lo storico Alessandro Volpi su “Altraeconomia”a proposito della lettera inviata agli investitori da Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, il più grande gestore di risparmio al mondo con quasi dodicimila miliardi di dollari di attivi. Fink, che qualche mese fa era stato ricevuto in Italia dal governo a proposito dei destini della Sace, ha dichiarato che le attuali condizioni americane, a partire dall’enorme debito federale, mettono a repentaglio la tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale. “In altre parole – scrive Volpi – il più grande fondo mondiale, con sede negli Stati Uniti, che possiede circa il 10% dell’intero listino S&P, ed è dunque legatissimo alla tenuta del dollaro, sostiene che il dollaro potrebbe perdere quella condizione in grado di garantire non solo la sopravvivenza del gigantesco debito federale Usa, ma dell’intera economia statunitense”. Ma il dato ancora più clamoroso riguarda il pronostico di Fink. Nel prossimo futuro (quando?) il ruolo del dollaro potrebbe essere svolto non da un’altra valuta, come l’euro o lo yuan, quanto dai bitcoin, cioè da una “moneta” privata. Si tratta di una dichiarazione davvero esplosiva sia perché per la prima volta un soggetto così decisivo del mercato finanziario mette in discussione il dollaro e quindi il primato statunitense, sia perché ventila la prospettiva di una valuta digitale come strumento di riserva globale. Intanto i Fratelli d’Italia invitano alla calma proteggendo la loro leader, che appare in grande difficoltà sulle due sponde dell’Atlantico. Non c’è nessuna guerra commerciale in corso, dicono. In fondo Trump non è cattivo. Tenta solo di difendere il suo operaio di Detroit.