
La violenza e l’oppressione mostrate dal film (girato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal) non appartengono alla cronaca di questi giorni, al tempo di guerra attuale, ma a una “vita in tempo di pace”, che è stata però tale solo in apparenza, scandita da traumi quotidiani ripetuti e continui. Nel documentario (le riprese sono a mano, con videocamera e cellulari) le case di un villaggio della Cisgiordania sono distrutte, ricostruite clandestinamente, e di nuove distrutte dall’esercito israeliano, per costringere all’esodo gli abitanti e dare spazio ai coloni di origine ebraica. Nel frattempo molti residenti sono costretti a vivere nelle caverne prossime al villaggio, come in tane. Un esempio micrologico di pulizia etnica.
Le riprese si fermano, tranne le ultime immagini, all’autunno del 2023: dopo tale data usare le telecamere – anche in Cisgiordania – è divenuto impossibile. Il film può aiutare a comprendere l’accumularsi di risentimenti, umiliazioni e sofferenze, che costituiscono la causa remota e profonda della guerra in corso. Assistiamo alla lunga durata di una dinamica coloniale, entro cui eventi come l’attacco di Hamas e la sconvolgente reazione israeliana sembrano esplosioni improvvise: ma sono invece effetti di una dissimmetria di potere divenuta forma di vita.
Lo stile del film è sobrio, privo di ogni retorica, anche in occasione dei due episodi più cruenti: il ferimento di un abitante del villaggio palestinese, che resta paralizzato e morirà in seguito alle ferite riportate, e quello di un cugino del regista a opera di un colono israeliano. È una sobrietà che tuttavia comunica una intensità oppositiva ed emotiva, assente dalle asettiche riprese dei telegiornali ufficiali, di cui vediamo per contrasto alcuni frammenti. Quasi ogni immagine è costruita come un urto o uno scontro tra termini opposti, materiali o umani: le ruspe contro le case, i soldati contro gli abitanti, le barriere e il passaggio impedito, bambini davanti a carri armati.
Il film ha una costruzione rigorosa: molte inquadrature – avrebbe detto Deleuze – sono “immagini-tempo”, costellazioni simboliche che sintetizzano il visibile.
La scena che ci è restata maggiormente impressa nella memoria, e più ci ha colpito emotivamente, mostra la distruzione della scuola elementare del villaggio. I bambini sono inquadrati mentre siedono ai banchi e guardano, oltre la porta aperta, la fila dei soldati israeliani armati che avanzano e si fanno sempre più vicini. Vengono raccolti i poveri giochi, le palline rosse sono messe in un sacco, poi la porta viene sbarrata e i bambini sono costretti a uscire dalla finestra. I soldati armati di mitra, davanti alla scuola, tengono lontani i bambini che piangono e i genitori che protestano, dopo l’esplosione di un gas lacrimogeno si vede la ruspa che, come il dente di un mostro gigante, inizia a demolire la scuola fino a ridurla a un cumulo di macerie. Poi viene inquadrata la fila dei carri militari che si allontana sulla collina, estranei e invasori. Poi un bambino da solo cammina accanto alle macerie della sua scuola.
Abbiamo voluto descrivere a lungo questa sequenza, perché dà un’idea del modo in cui è girato tutto il film: nessuna musica melodrammatica, nessun tentativo di estetizzare il dolore, solo la rappresentazione obiettiva di una scissione, di una frattura di mondi: tra chi ritiene di possedere una identità e una legge e chi viene ritenuto solo oggetto di dominio e di asservimento, tra un’umanità superiore – quella dei soldati e dei coloni – e una inferiore, quella degli asserviti. I militari sostengono di eseguire una sentenza: ma la legge a cui si appellano è fondata su una disuguaglianza costitutiva, è un diritto fondato sulla violenza originaria, come quella su cui ha scritto un celebre saggio Walter Benjamin. È una discrepanza che soltanto le immagini rivelano a pieno, è antropologica, passa dai gesti, dalle espressioni di indifferenza con cui gli eletti si rivolgono agli oppressi, con la loro aria di sufficienza che pare dire: la vostra esistenza è un fastidio accessorio, un dato preumano, come pretendete di essere trattati da uguali? La dissimmetria tra il dominatore israeliano e il palestinese è il tema centrale del film. Ma non è solo uno squilibrio di potere tecnologico e militare, una pura questione di potenza. Diviene una frattura esistenziale, emotiva e psicologica; è la negazione radicale dell’identità dell’altro e ricorda – per tragico paradosso – quella vita senza riconoscimento umano che colpiva gli ebrei a contatto con i loro oppressori nazisti, narrata da Primo Levi.
Ogni volta che nel film si incontrano o si scontrano gli abitanti del villaggio palestinese e i soldati israeliani, i primi divengono puri oggetti dello sguardo del colonizzatore, non-soggetti. La loro parola non conta, si perde nel vento, come il lamento di una bestia. Quali che siano le qualità degli individui, queste particolarità sono irrilevanti. Il palestinese è prima di tutto l’estraneo, non ha con il colono una comune misura di umanità. L’Io del colono si definisce per negazione, per contrapposizione con l’inferiorità antropologica del dominato, che non ha diritto alla sua differenza, e anzi questa dovrebbe essere annientata.
L’urto continuo dei traumi è rappresentato dalle immagini delle ruspe che, giorno dopo giorno, distruggono le case. Diventano simbolo di un annientamento più profondo: che alla fine gli oppressi stessi si sentano un nulla, ammettano l’inesistenza della loro identità personale e collettiva. La distruzione della scuola è terribile più di un’uccisione o di uno sparo, perché indica questo: voi non avete diritto a una identità culturale, e neanche allo studio dell’alfabeto, non vi spetta la scrittura e il linguaggio. Che il vostro essere sia per sempre muto e inarticolato. Sul palestinese viene proiettata nondimeno l’ombra di un pericolo incombente, quale può provenire da una natura cattiva e matrigna. È una tenebra, una parte interdetta e minacciosa, un Sé sotterraneo, per usare un termine di Edward Said.
Se la ruspa, con la sua onnipresenza distruttiva, rappresenta lo sgretolamento dell’identità degli oppressi, i muri e le barriere indicano l’altro aspetto della dissimmetria mostrata dal film, la separazione nello spazio, che diviene apartheid. Perfino i colori divengono un segno di discriminazione. Chi ha targhe o passaporti gialli (israeliani) può muoversi liberamente, entrare o uscire dalla zona palestinese, chi li ha verdi (palestinesi) non può farlo, non ha libertà di movimento. Paradossalmente Basel (il regista palestinese del film) e la sua famiglia vivono reclusi e costretti ad abbarbicarsi a quella terra da cui li si vuole cacciare. Se vogliono restare invece di migrare in luoghi estranei, allora che sentano tutto il peso di questa decisione: non possono uscire, vivono nella condizione dell’incatenamento, dell’inchiodamento in quel suolo. Finché le barriere spaziali non divengono anche tratti interiorizzati, a cui ci si abitua, a cui non ci si può ribellare. Questa vita somiglia – altro paradosso storico – a quella che gli ebrei per lungo tempo hanno patito nei ghetti. L’ideale è che il colonizzato stesso prenda a comportarsi e pensare secondo l’ordine rappresentativo dei vincitori e lo accetti, riconosca che quella è la Legge, come i soldati ripetutamente dicono agli abitanti del villaggio, prima di abbatterne la casa. Basel deve combattere contro questa percezione che ha dalla sua il potere e la forza, deve combatterla dentro se stesso, contro la depressione e l’inclinazione all’apatia che confessa di provare nei momenti peggiori.
La dissimmetria che incrina ogni piega della vita non risparmia neanche l’amicizia tra Basel (il regista palestinese) e Yuval (l’ebreo). Questi ha libertà di movimento e l’altro no, e dunque non gli è davvero possibile comprendere l’amico fino in fondo, nonostante il suo impegno totale. La separazione passa anche dentro le anime più solidali. C’è chi è soggetto per nascita e diritto (l’ebreo) e chi deve conquistarsi con grande fatica la propria soggettività (il palestinese). Merito dei registi è aver fatto anche della loro amicizia un oggetto di rappresentazione, senza alcun melenso sentimentalismo.
All’espropriazione dello spazio, corrisponde quella del tempo. Agli occhi dei coloni e dei soldati i palestinesi sono arretrati, relitto di un passato finito, e anzi non hanno storia, sono una non-storia. Il tempo storico appartiene ai vincitori, in cui si incarna la modernità occidentale, mentre il palestinese vive in un tempo ciclico, ripetitivo, incapace di innovazione. Così si può interpretare lo stupore misto alla rabbia che affiora dalle parole e dalle espressioni dei soldati. Essi letteralmente non capiscono la “testardaggine” degli abitanti a rimanere legati alla terra in cui sono nati. Il tempo dei dominatori è quello della produzione (di merci, novità, eventi, politica e leggi), mentre quello dei dominati appartiene alla conservazione: esso non fa che ripetere la base statica della natura, oggetto manipolabile dello sviluppo che altri dirigono.
La storia dei dominati palestinesi è una storia naturale. Il colonizzato viene espropriato e alienato da sé, perché il suo lavoro, quando gli è concesso, alimenta comunque un tempo che non gli appartiene, per uno Stato che non è il suo. Altrove abbiamo scritto sulla logica asimmetrica della colonizzazione (vedi qui). Limitiamoci, in questo contesto, a sottolineare la vile propensione dei governanti occidentali a fare in Palestina una guerra per procura (in questo caso gli israeliani contro i palestinesi), invece di fermare la violenza con trattative possibili e un intervento di pace. Hanno la vista corta. Procedendo in questo modo il loro coinvolgimento diretto diverrà inevitabile, con conseguenze distruttive che è difficile immaginare. Nel 1934, uno dei più grandi filosofi ebrei del Novecento, Emmanuel Levinas, scrisse un breve saggio sulla Filosofia dell’hitlerismo, per mettere in guardia gli europei d’allora di fronte alla crescente spirale della violenza. E poi successivamente un saggio sull’Evasione: non una fuga, ma al contrario l’appello a fuoriuscire dall’inchiodamento della violenza mimetica, in cui vedeva precipitare i suoi contemporanei, e che oggi in Palestina sembra procedere senza freno. No Other Land chiede non solo agli ebrei e ai palestinesi, ma anche a noi, di muovere con urgenza in questa direzione, e di non illuderci che il vento dissolutivo delle nostre democrazie si arresti da solo, senza una assunzione di responsabilità e un’insorgenza di potere costituente alternativo alla barbarie in atto.