
L’ex presidente filippino Rodrigo Duterte è comparso, l’11 marzo, davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia. Pochi giorni prima a Manila, su mandato di arresto della Corte, Duterte era stato messo su un aereo per essere trasferito in Olanda. È accusato di avere organizzato, ancor prima della sua elezione nel 2016, uno squadrone della morte, che ha trucidato nel corso degli anni tutti coloro i quali, in un modo o nell’altro, avevano a che fare con la droga, dal grosso trafficante al piccolo consumatore-spacciatore. Chiaramente l’imputazione dovrà essere provata nel corso del dibattimento, ma fin dalle prime battute il soggetto si è dichiarato responsabile di quanto avvenuto. Difficile d’altronde che possa negare, visto che nei suoi discorsi l’ex presidente si faceva vanto di risolvere il problema della droga una volta per tutte.
I nostri lettori sanno che cosa ne pensiamo (per esempio, vedi qui): la giustizia internazionale sarebbe un’ottima cosa che, portando in giudizio almeno i crimini più gravi, potrebbe avvicinare a quell’ordinamento cosmopolitico tra gli Stati riuniti in una confederazione nel segno di una “pace perpetua”, la stessa già al centro del progetto illuministico di Kant. Ma la realtà è differente dall’utopia. Grandi criminali internazionali, uomini di Stato ai loro posti o già decaduti, non corrono alcun rischio di essere perseguiti se collocati in una posizione che li mette al riparo dalle accuse. Nel 2005 Harold Pinter, nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura, accusò Tony Blair di avere mentito riguardo alle armi di distruzione di massa che l’Iraq di Saddam Hussein avrebbe detenuto, al fine di scatenare nel 2003 una guerra devastante – e disse che perciò il primo ministro avrebbe dovuto essere processato. Ma questi per tutta risposta gli inviò un messaggio di felicitazioni per l’alto riconoscimento ricevuto. Come dire: “Chi se ne frega”.
Ora, Duterte si è trovato di sicuro in una congiuntura sfavorevole: il suo avvocato è dell’opinione che in fin dei conti il suo assistito sia stato semplicemente sequestrato; così non è, ovviamente, ma è un fatto che l’attuale presidente Marcos (figlio di quel Marcos che fu a lungo il dittatore del Paese), eletto con l’appoggio del settantanovenne ex presidente (al punto che sua figlia ricopre la carica di vicepresidente), è entrato di recente in conflitto con il proprio alleato, e quindi ha tutto l’interesse a sbarazzarsene. Qui casca l’asino della Corte dell’Aia: essa non può far altro che sperare che le autorità dei singoli Paesi, per una ragione o per un’altra, diano esito positivo ai suoi mandati di arresto. Se, come nel febbraio scorso è avvenuto in Italia, a questo o quel governo non conviene di catturare Tizio o Caio per consegnarlo alla Corte, questa rimane con un palmo di naso.
Evidente che una distorsione del genere andrebbe corretta. Come? Beh, i nostri amici giuristi in proposito potrebbero avanzare qualche suggerimento; ma è palese che si dovrebbe pensare a introdurre delle forme di ritorsione, magari delle sanzioni, nei confronti degli Stati i cui governi si rifiutino di eseguire gli ordini di arresto della Corte penale internazionale – accampando le scuse più diverse (come quelle risibili del ministro Nordio nel caso Almasri).
Andrebbe poi di pari passo con una riforma di questo tipo un rilancio del ruolo dell’Onu. Se è vero, infatti, che la Corte dell’Aia non dipende direttamente da questo organismo, il principio intorno a cui fu costituita è il medesimo: si tratta di porre al primo posto il diritto e non la forza. Lo sappiamo fin troppo bene (del resto ce lo insegna tutta la tradizione moderna del realismo politico, di cui non pretenderemmo di fare a meno) che chi detiene il potere finisce spesso col debordare sentendosi superiore alle regole e alle leggi. Ciò va tenuto presente, anche soltanto per non restare privi della possibilità di replicare alla violenza che accompagna le azioni dei potenti. Ma neppure bisogna rassegnarsi al dato di fatto, come se delle alternative non fossero immaginabili.
Un quadro politico internazionale regolato dal diritto costituirebbe, inoltre, un’autentica chance per una ripresa del conflitto sociale su larga scala. Una volta archiviata la possibilità di una “lotta armata di liberazione” – diciamo sul modello di Che Guevara – e nel clima attuale di contrapposizioni e guerre civili interetniche e intercomunitarie (di cui un esempio, sotto i nostri occhi, è la Siria), una politica di opposizione democratica a livello globale non può che contare su dei sollevamenti popolari (come di recente nel Bangladesh), e proprio questi sono repressi nel sangue. Un rafforzamento del diritto internazionale e dello strumento della Corte penale sarebbe di concreto aiuto ai movimenti sociali, quando questi si trovassero messi alle strette dal potere.