
Volano gli stracci nel Movimiento al socialismo (Mas), il partito ispirato a una chiara componente etnico-geografica, la cui anima sono le corporazioni e i centri di potere della società boliviana uniti in una sorta di apparato, la cui funzione è ormai in larga misura quella di dispensare prebende e lottizzazioni. Da tempo il movimento – nato nel 1987 con l’obiettivo di rappresentare principalmente le zone rurali abitate in prevalenza dalle popolazioni originarie, e i diritti e le rivendicazioni dei piccoli contadini e dei cocaleros, in opposizione ai governi espressione delle élite di origine europea – scricchiola sotto il peso delle crescenti divisioni: tra Luis Arce Catacora, il burocrate al servizio del potere senza particolare appeal, ed Evo Morales, suo ex burattinaio nonché ex presidente.
In tre anni di governo, Arce ha saputo mettere su il suo circolo, tenendo in pugno le corporazioni che costituiscono la trama del potere, ed è riuscito ad alimentare il suo apparato di funzionari, ora poco inclini a fare posto agli uomini di Morales, il quale, da parte sua, soffia sul fuoco per bruciare ogni ipotesi di ricandidatura di Arce nel 2025, volendo lui, richiesto a gran voce dal popolo, ritornare al prossimo giro a Palacio Quemado, sede della presidenza della Repubblica boliviana.
Come si ricorderà, Evo Morales dovette affrontare una poderosa protesta popolare, che l’accusava di avere truccato le elezioni del 2019 a scapito di Carlos Mesa. Luis Fernando Camacho – esponente della destra della città di Santa Cruz, uno dei leader della protesta – si era recato nella sede presidenziale a La Paz, portando con sé una lettera di dimissioni da far firmare a Morales e una Bibbia. Santa Cruz è il dipartimento che produce il 76% del cibo consumato dalla Bolivia e copre il 30% del suo territorio. Genera il 34% del Pil nazionale ma riceve, nella ripartizione fatta dal governo nazionale, solo il 3,18% del bilancio generale dello Stato. Dal 2009, il governo di Morales aveva accusato i leader civici di Santa Cruz di praticare il separatismo e il terrorismo: il che aveva portato all’arresto e alla persecuzione di attivisti politici, anche se poi si è scoperto che le accuse erano false.
L’intento di Camacho non andò a buon fine, dato che fu anticipato da Evo che, su “consiglio” dei vertici militari, decise di dimettersi, con un documento breve e un messaggio televisivo. In seguito, con il suo vicepresidente Álvaro García Linera, Morales si trasferì nel Chapare, da dove poi i due fuggirono su un aereo inviato dal presidente del Messico. Tuttavia, prima di partire, i fuggitivi ordinarono ai funzionari che figuravano nella scala di successione costituzionale di dimettersi, in modo che il parlamento non potesse nominare un successore. Caso volle che si dimenticassero di Jeanine Áñez, una politica senza lustro,parcheggiata dal suo partito come pleonastica vicepresidente del Senato: ciò rese possibile la sua nomina ad interim alla massima carica della Repubblica, mentre venivano indette nuove elezioni.
Nell’ottobre 2020, fu finalmente eletto presidente Luis Arce, un paceño della classe alta che considera inferiore chi è kamba, termine con cui vengono definite le popolazioni dell’oriente boliviano, e che si contrappone spesso a kolla, che definisce genericamente le popolazioni andine, siano esse di origine europea, meticce o indigene. Arce era stato nominato candidato del Mas da Evo, allora rifugiato a Buenos Aires. Ma nella vittoria di Arce un ruolo non proprio secondario si deve a Camacho, incapace di andare al di là dei suoi interessi personali. Inseguendo falsi sondaggi, che lo davano a un passo dal vincere le elezioni, spinse infatti i suoi elettori contro Mesa, l’unico esponente dell’opposizione che avrebbe potuto dar del filo da torcere ad Arce.
Quanto a Jeanine Áñez, nel marzo del 2021 la procura generale della Bolivia firmò degli ordini di cattura nei suoi confronti – e di quelli di vari suoi ex ministri ed ex alti ufficiali delle forze armate, nell’ambito del processo per la deposizione di Morales. Un episodio della vendetta attuata dall’ex presidente, attraverso lo strumento di una magistratura addomesticata. Per tutti, l’accusa era di terrorismo, sedizione e cospirazione, con le conseguenti dimissioni di Morales e il suo esilio all’estero per oltre un anno, oltre ai gravi incidenti tra forze dell’ordine e manifestanti, che causarono almeno trentasei morti nei massacri di Senkata e Sacaba.
Secondo un recente sondaggio della Fondazione Giubileo, più del 77% dei boliviani è contro la politica del governo del Mas nei confronti della coca, mentre il 75% dei cittadini diffida della giustizia, amministrata da giudici “eletti” in parlamento dal Mas, e che rispondono fedelmente a questo partito in tutto e per tutto, cominciando dalla persecuzione e dalla punizione degli oppositori. Sondaggi precedenti hanno rivelato che il gradimento per gli attuali leader politici è molto basso: il 40%, degli elettori preferisce un nuovo candidato per le elezioni del 2025, mentre i due caudillos del Mas, cioè Arce e Morales, hanno solo il 14% e il 10% di preferenze. Da tempo, inoltre, c’è la frattura interna al Mas, ed è probabilmente insanabile, tant’è che sia L’Avana sia Caracas cercano di riavvicinare le fazioni, sapendo che, come ha riconosciuto anche García Linera, andare alle elezioni separati sarebbe molto rischioso. La divisione tra “evisti” o radicali che seguono Morales, e “arcisti” o rinnovatori che sostengono Arce, è iniziata alla fine del 2021, tra le critiche per le prestazioni di alcuni ministri e le accuse di corruzione e di protezione del traffico di droga.
Contrariamente a quanto si crede, il Mas non è un partito politico con un’ideologia e dei principi, è solo un conglomerato di potere. Ma all’estero è visto come un soggetto innovatore da commentatori che poco o nulla sanno della Bolivia. Detto solo en passant, di recente “El País” ha pubblicato un articolo sull’ambiente che citava come esempio mondiale la ley de la madre tierra di Morales, dimenticando che la Bolivia è il Paese dove sono aumentati di più la deforestazione, l’acqua contaminata, l’uso di mercurio, le speculazioni edilizie, eccetera.
Le corporazioni sono ora controllate da Arce e a lui pagano dazio attraverso l’appoggio elettorale. Dirigenti e funzionari premono per mantenere il posto. Arce sembra affascinato dal potere. Sconosciuto internazionalmente, e senza la medaglia di indio che può vantare Morales, quel che conta è che ha saputo creare la sua rete interna. La politica boliviana si è sempre disinteressata di ciò che avviene all’esterno. Solo Morales ha avuto consiglieri, principalmente europei, che ne capivano l’importanza, per quanto solo d’immagine. Così, la rete attorno al potere di Arce ha capito che, in caso di alternanza tra Arce e Morales, perderà peso. Anzi: perderà tutto. Nuovi dirigenti verranno a comandare nelle corporazioni. Ministri, parlamentari, funzionari, impiegati… uscieri. Il potere in Bolivia si costruisce a partire dalla gestione diretta dell’apparato pubblico, inclusi giudici, pubblici ministeri, direttori di scuola, medici, maestri – fino agli autisti.
Bisogna fare uno sforzo per capire come funziona il potere, qualcosa d’inconcepibile per un europeo. Non esistono il posto fisso pubblico, il concorso, le graduatorie, la par condicio. Tutto passa attraverso il presidente e il partito al potere; eppure esistano persone e partiti, in Europa e in Italia, che hanno esaltato le false o inesistenti riforme di Morales. Questo enorme apparato di funzionari preme per mantenere la “paga”, per conservare il posto. Lottano per il lavoro. L’apparato di potere di Arce lo porta a fare il grande salto. Arce potrà contare sul voto andino di La Paz ed El Alto. Oltre a quello dell’apparato corporativo e dei funzionari pubblici del Paese. I suoi grandi alleati sono David Choquehuanca, suo attuale vice ed ex ministro degli Esteri di Morales. Ciò almeno per il momento, dato che nulla impedisce che Morales possa cercare di circuirlo, offrendogli a sua volta il posto di vice. E poi c’è come alleata Eva Copa, la sindaca di El Alto, dove, non a caso, si farà il gran cabildo di Arce. L’elezione di Morales a candidato ufficiale del Mas alla presidenza è stata, infatti, messa in discussione dalle organizzazioni sociali del partito di governo, vicine ad Arce. In risposta, esse hanno convocato una riunione (appunto il cabildo) nella città di El Alto, sopra La Paz, per il 17 ottobre. Il cosiddetto Patto di unità, composto da organizzazioni sociali, indigene e contadine legate al partito al potere, vuole definire la sua posizione nei confronti del Mas, il cui congresso è stato respinto perché considerato “illegittimo”. Se nel cabildo El Alto dimostrerà ad Arce compattezza e numeri, si potrà dire che i giochi saranno parzialmente fatti, anche se resta da vedere come verranno messi in pratica. El Alto vuole più potere. Considera eccessivo quello del Chapare, almeno rispetto a ciò che possiede. Gli alteños hanno detto più volte: noi siamo un milione… voi nel Chapare sarete al massimo centomila. Proprio la contrapposizione El Alto/Chapare è una chiave di lettura del conflitto interno al Mas.
Morales dispone del voto rurale di Cochabamba e delle aree di colonizzazione dell’oriente (San Julian, ecc.), più quello dei migranti andini a Santa Cruz e dei centri urbani vicini. Arce ha di fronte la scelta di come affrontare il tema della candidatura di Morales e del Mas. Potrebbe fare inabilitare Morales, con la rete di controllo giudiziario in sua mano; ma il risultato sarebbe quello di precipitare il Paese nelle convulsioni, favorendo una “strategia della tensione” che favorirebbe l’ex presidente. A tale proposito, è utile ricordare che i seguaci di Morales controllano il transito praticamente di tutte le strade principali del Paese, con l’eccezione di El Alto e delle vie andine da Cochabamba in avanti. E che Morales ha già dato prova, in passato, di saper fare ricorso a tale controllo, godendo ancora tra l’altro di grande prestigio sul piano internazionale, soprattutto presso alcuni Paesi “fratelli”.
Un altro problema sarà l’uso della sigla Mas, che Arce, ricorrendo ai giudici, potrebbe togliere a Morales. Anche per questo Evo ha anticipato il congresso del Mas nel suo feudo chapareño. A questo punto, potrebbe essere che Arce decida di correre con un’altra sigla, lasciando quella tradizionale al suo avversario, un metodo non nuovo in Bolivia. Così facendo, l’attuale inquilino di Palacio Quemado potrebbe dare vita a un Mas-autentico, dato che è da escludere che voglia farsi da parte. Appare scontato che sia Morales sia Arce saranno candidati alle presidenziali del 2025, anno del bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna, con una prevalenza, almeno per ora, di Arce, stimato attorno al 25-30% su Morales, accreditato a un 15-25%.
Per quanto il Mas generalmente vinca le elezioni perché le componenti etnico-geografiche, consolidate attorno alle corporazioni, influenzano il voto nelle aree urbane, specialmente a El Alto – e controllano il voto rurale, approfittando di un’opposizione frammentata e scarsamente capace, secondo quanto pubblicato dal settimanale “Siglo 21” –, le irregolarità delle liste elettorali giustificano il sospetto che in Bolivia ci siano più elettori che abitanti. E questo– sostiene il settimanale – è una parte importante del sistema di frode verificato nel 2019 dagli osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa).
Nel suo ultimo congresso, quello contestato dai seguaci di Arce, il Mas ha modificato gli statuti in modo che solo i militanti da dieci anni possano candidarsi: un requisito che l’attuale presidente non soddisfa. Morales è stato eletto capo del Mas nel Chapare, dove c’è il 90% delle fabbriche di cocaina in Bolivia. All’inizio di settembre, per la prima volta in diciassette anni, il governo ha ammesso che il Paese sta diventando un centro di produzione della polvere bianca, e quindi non solo un semplice luogo di transito e coltivazione delle foglie di coca. Con la sua produzione, si colloca al terzo posto nel mondo dopo Colombia e Perù.
A tale proposito, il ministro Eduardo Del Castillo, a fine agosto, ha detto che nell’anno in corso sono trentasette i laboratori di narcotici distrutti in Bolivia, ricordando che la regione dell’ex presidente Morales è la principale zona di traffico di droga. Buona parte della pasta base, che entra dal Perù, viene purificata nell’est boliviano, soprattutto nel Chapare, da dove la droga viene esportata in Brasile da bande legate ai gruppi criminali brasiliani. Senza mai menzionarlo, Del Castillo ha sostenuto che l’ex sindacalista cocalero non può chiudere un occhio. Dal canto suo, Morales ha chiesto pubblicamente le dimissioni di Del Castillo, che accusa di aver collaborato con le mafie dopo avere fallito nella ricerca di un narcotrafficante uruguaiano, che viveva sotto falsa identità in una città dell’est boliviano. Ultimamente, Evo ha anche accusato il figlio di Arce di avere chiesto al padre di affidargli la gestione dei piani e dei progetti del litio e del gas, in considerazione del fatto che l’attuale presidente è concentrato “sulla questione politica”. Marcelo Arce Mosqueira gli ha risposto chiedendo di sostenere con prove la sua accusa di un business familiare riguardante i progetti di litio e gas. Anche quest’ultima vicenda rientra nella disputa interna al Mas, dopo la ratifica di Morales come leader del partito e come candidato “unico” per le presidenziali. Dal congresso, sono stati espulsi il presidente Arce e il suo vicepresidente, David Choquehuanca, indigeno Aymara, perché non si erano presentati. Intanto, da quando il leader indigeno ha annunciato (il 24 settembre scorso) la sua intenzione di candidarsi, le obbligazioni del Paese con scadenza nel 2028 hanno perso dieci centesimi. Il ritorno, neanche tanto a sorpresa, di Morales, che ha governato per quasi quattordici anni, aggiunge un nuovo livello di rischio politico in un Paese che sta già soffrendo una crisi che ha portato alla fuga di riserve di dollari dalla Banca centrale. Una situazione, questa, che mette in pericolo una parità monetaria durata più di un decennio, e la cui fine renderebbe difficile il pagamento di un debito di 2.360 milioni di dollari. All’inizio di quest’anno, la gente faceva la coda per comprare dollari agli sportelli della Banca centrale, nel crescente timore che le riserve di cassa della nazione portassero a una svalutazione della valuta boliviana. Ora chi vuole comprare dollari deve fissare un appuntamento con settimane, se non mesi, di anticipo. Sul mercato nero, nel frattempo, il peso boliviano è scambiato a 7,5 per dollaro, rispetto ai 6,9 del tasso di cambio ufficiale. Mentre le esportazioni del Paese hanno avuto un calo del 24%, durante i primi sette mesi del 2023, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, secondo i dati dell’Instituto boliviano de comercio exterior.
L’opposizione, come sempre, è divisa, con molti leader mediocri. Il più pericoloso, per una ipotesi di fronte unitario, resta Camacho. Il leader cruzeño è indigeribile per l’elettorato andino e troppo conflittuale. Averlo messo illegalmente in galera per terrorismo potrebbe esser stato, però, un boomerang. Potrebbe anche candidarsi in assenza di una sentenza a suo carico, ma è probabile che in prigione il suo appeal diminuisca. Altri candidati dell’opposizione, che potrebbero racimolare qualche voto, al momento sono i soliti Samuel Doria Medina, “Tuto” Quiroga e qualcun altro.
Ciò detto, forse l’unica vera possibilità che rimane per l’opposizione sarebbe quella di riproporre, quasi compatta, la formula Carlos Mesa. Pur rappresentando il solito centralismo andino, Mesa saprebbe garantire il rispetto delle regole democratiche. La sua candidatura potrebbe prendere peso se gli fosse affiancata una personalità forte originaria dell’oriente, che non sia mal vista nell’occidente boliviano. Potrebbe essere questo il caso di Vicente Cuellar, rettore dell’Universidad autónoma Gabriel René Moren di Santa Cruz. Ma, se Mesa dovesse rifiutare la candidatura, potrebbe spianare la strada ad Andrea Barrientos, senatrice e presidente del gruppo dell’Alianza comunidad ciudadana, che rappresenta la principale forza di opposizione in Bolivia. Detto ciò, rimane pur sempre l’incognita del voto ormai avvelenato di Camacho nell’oriente.
Infine, anche se il Mas e il duo Morales/Arce dovessero scomparire, non cesseranno di esistere le corporazioni, sulle quali la Bolivia si fonda. Le cosiddette cooperative minerarie continueranno a saccheggiare il Parco nazionale Madidi, ad avvelenare i fiumi amazzonici e i popoli indigeni che vi vivono. I cocaleros del Chapare staranno sempre lungo la principale arteria del Paese, tenendola in ostaggio. Idem a El Alto. Il narcotraffico è penetrato in profondità. Sarà difficile tornare a situazioni pre-Mas in questo settore. La corruzione è diventata istituzionale, così profonda, capillare e diffusa in ogni categoria, che è difficile pensare di poterla ridurre o almeno controllare nel medio periodo. In breve, è ormai una componente culturale. Vige ovunque, per ogni tasca, in ogni ambito, costringendo ì boliviani a pagare “a parte” per un posto in coda perfino per rinnovare la carta d’identità o per ottenere la viñeta di ispezione tecnica annuale dell’auto; oppure, a maggior ragione, per un posto nella scuola pubblica o per il servizio militare. Per ogni cosa ci sono una tariffa ufficiale – e quella reale.
Nella foto: Evo Morales e Luis Arce