
Se ci fosse una sanità veramente pubblica a livello mondiale, non ci sarebbe alcun bisogno di fare pressione affinché sia tolta, o almeno sospesa, la vomitevole protezione sui brevetti (la cui durata per lo più è di vent’anni). Sarebbe infatti del tutto pacifico che, nel caso di una pandemia, o ci si salva tutti insieme o si finisce in una crisi senza sbocchi: proprio quella che dopotutto stiamo vivendo, perché è chiaro che, se interi continenti hanno tassi di vaccinazione ridicoli, il virus avrà tutte le possibilità, diffondendosi, di sviluppare varianti su varianti.
In altre parole, se il capitalismo non fosse il capitalismo, non esisterebbe qualcosa come una “proprietà intellettuale”, cioè la ricerca scientifica non sarebbe subordinata al profitto. E neppure varrebbe più il ragionamento secondo cui i brevetti sono uno stimolo alla innovazione, perché così, pregustando gli ingenti utili che se ne possono trarre, alcuni ricconi sarebbero incentivati a investire nella produzione di nuovi prodotti farmaceutici.
Ancora: se i movimenti di oggi – diciamo una gran parte di quelli che si vedono in giro – fossero movimenti sociali progressivi, e non rivolte un po’ imbecilli e un po’ dall’inconfondibile tratto reazionario (come ha mostrato il nostro Guido Ruotolo in una serie di articoli sui “no vax” e sui “no pass”), si impegnerebbero proprio su questo terreno della moratoria circa i brevetti. Magari farebbero anche di più: per esempio, potrebbero denunciare il perverso circolo vizioso secondo cui lasciare sviluppare le varianti nel mondo in fin dei conti è un ottimo affare, perché permette di lucrare all’infinito sui vaccini, se si pensa al loro adeguamento, a un certo punto necessario, alle mutazioni del virus. La casa farmaceutica Moderna ha già annunciato – senza che ancora si abbiano dati certi sulla “omicron” e su quanto riesca a “bucare” le immunizzazioni attuali – di essere pronta a immettere sul mercato un vaccino adeguato a questa variante. È una “obsolescenza programmata”, di marcusiana memoria, applicata alla sanità pubblica. Viva le mutazioni del virus, insomma.
È necessario dunque opporsi con una campagna che le stesse regole della Unione europea rendono possibile (com’è spiegato nell’intervista a Vittorio Agnoletto che si può leggere qui): una raccolta di firme per chiedere una moratoria sui brevetti. Non ci si spinge fino a proporne la loro soppressione totale; se ne chiede la sospensione per un periodo di tempo al fine di non lasciare soltanto alla benevolenza delle donazioni – che tra l’altro scarseggiano – la necessaria diffusione mondiale dei vaccini.
Per quanto sta in noi, “terzogiornale” sosterrà con convinzione questa battaglia. Pensiamo, infatti, che mai come in questo momento l’alternativa tra progresso e catastrofe sia stata così drammaticamente concreta. È un tout se tient generale: dal riscaldamento climatico alla pandemia, siamo in una situazione di allarme senza precedenti. E se l’alternativa vi sembra troppo secca, diciamo che da un lato ci sono i progressi possibili, al plurale, per cercare di andare avanti, mentre dall’altro c’è solo una serie di crisi senza fine.