Due guerre in stallo: fino a quando?
Il 31 agosto “terzogiornale” (vedi qui) ha ripubblicato un articolo sulle “guerre parallele”: Russia-Ucraina e Stati Uniti (e Israele) contro l’Iran. L’articolo era già stato pubblicato il 20 aprile. Se le novità sono quelle che ci sono giunte fino a oggi, tale articolo potrebbe essere tranquillamente ripubblicato ogni mese: la situazione di stallo, su entrambi i fronti, non dà il minimo segnale di una possibile evoluzione, né verso una vittoria dell’una o dell’altra parte, né verso una soluzione negoziata. Nel caso della guerra in Europa orientale, la Russia sta intensificando sempre più i lanci di missili tanto sulle aree militari e logistiche, quanto su quelle civili dell’Ucraina. E dal canto suo quest’ultima risponde con attacchi di droni sempre più efficienti contro le raffinerie russe. Lo stallo quindi rimane: ciò che cambia sono le condizioni della popolazione civile, in entrambi i Paesi. In Ucraina, si assiste a un numero sempre crescente di vittime e di distruzioni, causato anche dalla carenza, da parte ucraina, di missili intercettori; in Russia, a una difficoltà sempre maggiore di rifornirsi di carburante, che si aggiunge alle conseguenze economiche della guerra fino a poco fa inavvertite, ma che ormai sembra comincino a farsi sentire.
Nel conflitto Usa-Iran, rimane il blocco quasi totale dello stretto di Hormuz per il traffico internazionale (nonostante alcune, regolari, dichiarazioni di Trump in senso contrario) e in particolare per le petroliere che esportano petrolio dall’Iran verso i Paesi (numerosi) che ancora l’acquistano. Anche in questo caso, a soffrire le maggiori conseguenze è la popolazione civile, sia pure con una differenza gigantesca tra americani da un lato e iraniani dall’altro. I primi, infatti, hanno il solo disagio (che ovviamente è più grande per chi guadagna poco rispetto a chi guadagna molto) di dover pagare il carburante circa il 50% in più rispetto a prima dell’inizio del conflitto. In Iran, presumibilmente (perché le notizie di prima mano arrivano col contagocce), i disagi di una popolazione già stremata da un’inflazione galoppante sono sempre più spaventosi. Né gli Stati Uniti né l’Iran sembrano essere particolarmente inclini a una escalation militare. Gli Usa hanno già consumato un numero troppo grande di armi per volerne sprecare altre in un’operazione che finora non ha scalfito che minimamente l’attuale regime iraniano (anzi forse l’ha rafforzato); e quest’ultimo non può evidentemente attaccare per primo, ma solo lanciare eventuali rappresaglie contro le basi americane nei Paesi alleati degli Stati Uniti dall’altra parte del Golfo persico (in primo luogo, negli Emirati arabi uniti, ma come si è visto, anche in Giordania).
Il cielo sopra Pontida (per ora) è sereno
Le previsioni meteorologiche per domenica 20 settembre indicano cielo sereno o poco nuvoloso su Pontida, quando manca una settimana al tradizionale raduno della Lega. Qualche nube in più si addensa sulle vicende interne del partito guidato da Matteo Salvini. La tregua armata sottoscritta dai protagonisti dello scontro interno potrà servire, forse, a evitare tensioni o contestazioni troppo vistose sul pratone caro al fondatore Umberto Bossi da quest’anno assente anche come osservatore (critico) a distanza, essendo scomparso nello scorso mese di marzo, ma, c’è da scommetterci, presente in immagini e rivendicazioni identitarie che a Pontida fioccheranno. Ne ha dato un’anticipazione lo stesso Salvini, rivendicando nei giorni scorsi il possesso di “cinque camicie verdi” come certificato di autenticità della sua antica militanza, ma sferzando i critici del “partito nazionale”, nostalgici del nordismo delle origini, incapaci di comprendere la distanza fra il 1990 e il 2026, quando occorre “essere forti a Bruxelles”.
Sul declino industriale dell’Occidente (2)
Per capire meglio cosa sta succedendo ai processi di deindustrializzazione dei Paesi occidentali bisogna guardare all’altra faccia del processo, chiedersi cioè quali sono i vantaggi competitivi presenti nel modello cinese. Intanto, c’è un problema di economie di scala. Citiamo soltanto due casi estremi. C’è una città, in Cina, in cui si producono ogni anno ventiquattro miliardi di paia di calzini. In un’altra, invece, esce dalle fabbriche circa il 95% di tutti gli arredi natalizi del mondo. Un’ulteriore caratteristica cinese è la velocità. È noto il caso dell’auto, settore nel quale mentre le case occidentali richiedevano intorno ai quarantotto mesi per ideare e lanciare sul mercato una nuova vettura, quelle cinesi ne impiegavano diciotto. E bisogna pensare alla grande flessibilità delle imprese, capaci di adattarsi molto prontamente ai mutamenti del quadro esterno. E ancora ricordare la tendenza a pensare a lungo termine, come nel caso delle produzioni per combattere la crisi climatica o in quello del reperimento delle materie prime, in particolare delle terre rare. In Cina si lanciano piani a vent’anni. Parallelamente, il Paese ha ormai il più importante impegno finanziario in ricerca e sviluppo al mondo, avendo superato anche gli Stati Uniti.
Ex Ilva, lo spegnimento dell’area a caldo
Confermano tutto i giudici della Corte d’appello di Milano. E respingono senza esitazione il tentativo dei legali dell’azienda di sospendere il decreto dei giudici milanesi che stabilisce lo stop dell’area a caldo con l’avvio delle procedure di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto. Queste complesse procedure saranno avviate già martedì prossimo. Avevano tentato il tutto per tutto, azienda e governo. Aspettando la Cassazione, avevano chiesto di sospendere lo stop dell’area a caldo. Denunciando “il grave e irreparabile danno derivante dalla esecutività del decreto di chiusura”. Anzi, “di danni gravissimi e irreversibili che gli impianti subirebbero, tali da precludere la possibile ripresa dell’attività produttiva”. Nella foga accusatoria, la direzione dell’ex Ilva ha usato strumentalmente il ricatto delle gravi ricadute “occupazionali e sociali che si produrrebbero per lo spegnimento degli altiforni”. Sono arrivati ad accusare nei fatti la magistratura di invasione di campo, perché “la chiusura dell’area a caldo produce effetti sulle decisioni di politica industriale del governo”.















