Diventerà caldo l’autunno tiepido?
La grande impoverita si è mossa. La manifestazione di venerdì 30 ottobre contro il carovita, la guerra e per il disarmo dei porti, è stata di portata enorme se si considera la dimensione delle forze che l’avevano convocata: Unione sindacale di base, altre piccole realtà dell’autorganizzazione, centri sociali, strutture dell’area antagonista. Il successo della mobilitazione e la sua composta potenza parlano chiaro: il Paese non ce la fa più. In un’Italia ormai spietatamente classista e socialmente frammentata comincia a delinearsi un nuovo fronte rivendicativo. Enorme la partecipazione giovanile. I giovani tornano nelle piazze, e pare archiviata, se non conclusa, l’epoca delle “piazze vuote” di cui parlò un paio d’anni fa il sociologo Filippo Barbera. E si presentano con motivazioni politiche, mostrando evidente consapevolezza di temi più generali di quelli che investono direttamente la loro condizione, come testimoniano le bandiere palestinesi che sventolano ovunque.
La presenza degli studenti a fianco di lavoratori e pensionati attesta il crescere di un malcontento generalizzato, che non riguarda unicamente la scuola, o i salari e le pensioni da fame, ma anche il futuro di una società bloccata, di un Paese in mano a un pugno di famiglie di redditieri, più interessati a mantenere le loro posizioni di privilegio che a promuovere sviluppo, ricerca e innovazione. Certo, i giovani hanno tutte le ragioni di lamentarsi. Da tempo è chiaro che l’istruzione non è più un ascensore sociale, e i manifestanti hanno criticato aspramente anche l’aumento del costo della vita, degli affitti e dei prezzi del carburante, nonché la politica in materia di armamenti. Gli studenti delle scuole superiori e dell’università hanno chiesto maggiori fondi per le scuole e le università. E questa presenza imponente, in piazza, parla di un movimento cui non fa paura il succedersi dei pacchetti sicurezza e le norme relative alle manifestazioni da poco introdotte, che inaspriscono le misure repressive e facilitano l’arresto dei minorenni.
Una manovra con le stellette
Il profilo della legge di Bilancio per il 2027, l’ultima della legislatura prima delle elezioni, è chiaro e non è stato neppure troppo camuffato dalla propaganda di governo. In questa occasione, Giorgia Meloni e i suoi ministri non si sono sforzati nel raccontare una “manovra espansiva”, che verrebbe incontro ai bisogni dei cittadini. I rappresentanti di governo si sono limitati a rispondere alla valanga di critiche arrivate dai partiti di opposizione, dalla Cgil, dagli industriali, dai magistrati, dai medici, e perfino da una Cisl che prima urla allo scandalo, poi tenta di trattare un qualche aggiustamento. Il governo non è in grado di gestire una comunicazione positiva, perché i soldi non ci sono e perché la maggioranza (nonostante i numeri in parlamento) non è in grado di tenere la barra e deve fare i conti con pesanti divisioni interne. Il risultato è una manovra economica che non risponde alle tante emergenze del momento (il lavoro, i costi dell’energia, il dissesto idrogeologico e la transizione ecologica, per esempio) e, al contrario, interviene pesantemente sulla riduzione del peso del welfare sul Pil.
I giovani in piazza e il passato che non passa
“Qui c’è una grande varietà di persone. Ci sono studenti. Ci sono partiti di estrema sinistra, partiti comunisti. Ci sono persone che sostengono i palestinesi. C’è un movimento contro la guerra. Persone che sostengono che il governo italiano e i governi di tutta Europa stiano spendendo troppi soldi in guerre all’estero, troppi soldi in armi e troppo pochi nei servizi sociali. E, in definitiva, tutte queste diverse cause si stanno unendo sotto un unico motto: i prezzi sono troppo alti e il costo della vita è diventato insostenibile per la gente”. Richard Engel, corrispondente del network statunitense Nbc, qualche giorno fa descriveva così, con un pizzico di americanissimo stupore (“partiti comunisti”) e una certa chiarezza analitica, le recenti proteste che hanno portato un milione di persone nelle piazze italiane.
Fermo preventivo per una generazione
“Non fate le guerre, che poi dobbiamo studiarle”. Venerdì 30 ottobre, nel fiume di ragazzi che ha attraversato Firenze durante lo sciopero generale, c’era questo cartello. Sembra una battuta da ultimo banco, invece è una lezione di storia. In quella frase scritta a pennarello c’è tutto ciò che il potere, oggi, fatica a sopportare: l’ironia, la memoria, il pensiero.















