Una rivolta e il suo capro espiatorio
Da quegli ottimi “cattivi maestri” che aspireremmo a essere, non c’interessa aprire un articolo con l’abituale pistolotto contro la violenza; c’interessa andare subito al nocciolo della questione. Che è questo: anche in Italia, come da tempo in Europa, si è infine vista quella ribellione senza soggetto tipica delle periferie urbane. Si tratta di una forma di conflitto sociale che si manifesta per fiammate, non dà vita a un movimento vero e proprio, ma riesce a spaventare molto i benpensanti. Una torma di ragazzini, a Milano, tra il 17 e il 18 ottobre scorso, ha preso di mira i negozi del centro, devastandoli e saccheggiandoli. L’unico aspetto veramente “inedito” della cosa – se ragioniamo a livello europeo – è l’età media della moltitudine che ha compiuto quei gesti. Fin dal 2005, a Parigi e dintorni, si era assistito a quelle che furono dette le “notti dei fuochi” (ne parlammo su “Aprile”, la rivista cartacea diretta dal nostro Aldo Garzia); ma quelli erano ragazzi delle banlieues già grandicelli, e la peculiarità della faccenda consistette nelle distruzioni, in particolare di automobili in sosta, e soprattutto nella continuità che ebbe durando più di un mese.
I ragazzini milanesi, in parte figli e figlie di immigrati di seconda e terza generazione, potranno sì tornare episodicamente alla carica, ma nessuno li organizza. Fedeli a una vecchia impostazione che ha nell’anarco-sindacalismo e nell’idea della violenza proletaria il suo marchio di origine, per anni i compagni del black bloc, alla fine di manifestazioni pacifiche, hanno ingaggiato scontri con la polizia rompendo qualche vetrina… Ma anche loro sono stati completamente scavalcati da una rivolta spontanea. In questa situazione – con il solito “sbatti il mostro in prima pagina”, che è il motto cui si ispira da sempre la maggior parte degli operatori dei media – è del tutto pacifico che si cerchi e si trovi un capro espiatorio. Il cattivo soggetto Youssef Siher (perfetto il nome per fungere da capro espiatorio) è stato considerato il capo della rivolta, con i suoi messaggi sui social network – ma per lo più si evita di sottolineare che questi messaggi erano successivi di circa ventiquattr’ore alle devastazioni, e che lui si prefiggeva di offrire una qualche forma organizzativa a una successiva rivolta, che non c’è stata. Youssef e sua moglie – escludendo quelli che, come accade con la comunicazione via social, sono intervenuti per commentare i loro messaggi – sono due apprendisti stregoni un po’ bislacchi che pensavano di poter trasformare una fiammata in un principio di rivoluzione.
Ex Ilva, la procura di Taranto di nuovo in campo
Si sapeva, dovevano saperlo e hanno fatto finta di nulla. Lo sapevano i commissari straordinari, il governo, gli amministratori, i funzionari dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), gli ispettori. C’erano state le proroghe dell’inchiesta della procura di Taranto. E tutti hanno fatto finta di nulla, come se prima o poi non sarebbe arrivata la conclusione, l’ennesima inchiesta sull’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, alla truffa, alla corruzione.
Brasile, Lula fa il miracolo
Con una rimonta sul primo turno che passerà alla storia, Lula da Silva ha vinto con il 51,79% contro il 48,21% del senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro, superando il suo rivale per poco meno di quattro milioni e mezzo di voti: una differenza maggiore rispetto al 2022, quando aveva sconfitto Jair Bolsonaro, il presidente golpista condannato poi a ventisette anni di carcere. L’ex tornitore metallurgico entra, così, nella storia del suo Paese, eletto per la quarta volta (non consecutiva) alla presidenza, e avendo anche infranto la regola che voleva sempre perdente al ballottaggio il secondo classificato al primo turno. Con la sua incedibile rimonta, Lula si conferma uno dei massimi leader di sinistra che abbia mai visto l’America latina, e un punto di riferimento dei progressisti a livello globale.
Belgrado né con Bruxelles né con Mosca
Anche in Serbia c’è democrazia. Il movimento studentesco che da due anni protestava contro Aleksandar Vučić, fino allo scorso settembre presidente della Repubblica, domenica 25 ottobre, ha vinto le elezioni parlamentari anticipate (che invece si sarebbero dovute tenere nel dicembre 2027), annunciate nello scorso agosto. Un successo che mette fine a quattordici anni di dominio dell’ex leader indiscusso della Serbia. La Lista era stata ammessa dalla Commissione preposta alla competizione elettorale, grazie alle quasi settantamila firme raccolte. In attesa delle presidenziali di dicembre, Vučić è stato sostituto ad interim da Ana Brnabić, come lui del Partito progressista serbo di stampo liberale, lesbica ed europeista, caratteristiche che la collocherebbero più vicina alle nuove istanze che ai suoi colleghi di partito. La Lista degli studenti, nata in occasione di questo appuntamento elettorale, ha ottenuto 140 seggi su 250 contro i 103 dell’ex capo dello Stato. Nel parlamento del Paese balcanico, sono necessari 126 seggi per avere la maggioranza assoluta. Soltanto altre quattro liste di minoranze nazionali sono riuscite a entrarvi.















